Inni Manichei
Entrato che fui nella tenebra
Mi toccò bere un'acqua
Che mi sapeva d'amaro,
Portare un fardello che non era il mio.
Stavo in mezzo ai miei nemici,
mi circondavano le bestie.
Il fardello che portavo
Era quello delle Potenze e dei Principati.
Infiammati di collera essi
Si levarono contro di me,
Si gettarono ad afferrarmi
Come pecora senza pastore.
La Materia e i suoi figli
M'hanno spartito tra loro.
Poi bruciato nel loro fuoco
Dandomi un amaro aspetto.
Gli stranieri fra i quali ero mescolato
Non mi conoscevano.
Sentirono la mia dolcezza
E vollero tenermi con loro.
Per loro io ero vita
Ma essi erano morti, per me.
Che tu possa liberarmi da questo nulla profondo,
Dall'abisso buio fatto di consunzione,
Dove esiste soltanto la tortura con ferite mortali,
E non trovi soccorritori né amici.
Non c'è salvezza quaggiù.
Mai, nel fitto delle tenebre.
Qui sono carceri senza uscita
E chi arriva viene colpito con asprezza.
Arido, riarso, percorso da venti canicolari,
Non ci trovi il verde, mai.
Chi mi salverà dall'angoscia infernale?
Piango su me stesso. Oh, esserne sciolto,
affrancato dalle creature che si divorano a vicenda!
E dai corpi degli uomini, dagli uccelli dell'aria.
Dai pesci nei mari e dalle bestie dai demoni.
Chi mi libererà da tutti loro, esiliato come sono,
Negli inferi esiziali, senza scampo?

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